
Il rabdomante ![]()
Una sceneggiatura impeccabile e personaggi
intensi per un film che travolge in un vortice di commozione e passione
Il suolo lucano appare come una crosta assetata sulla quale si muovono gli
interessi di chi vuole avere il controllo dell'acqua - per arricchirsi alle
spalle dei contadini - e di chi lotta perché l'acqua sia di tutti. Il tema
attualissimo e quanto mai allarmante, difficile da contestualizzare in un film
che mescola commedia e dramma, si evolve sullo sfondo degli incantati Sassi di
Matera. Nel labirinto della città della pietra, di cui il primo scorcio mozza
il fiato per la sua bellezza arcaica, e nell'arida campagna sottostante si
intrecciano le vite di Felice e Harja, resi reali dalla sensibilità e dal
trasporto di Pascal Zullino e Andrea Osvart.
La sacralità della tradizione e la magnificenza della terra lucana vengono
messe in risalto dalle musiche di Louis Siciliano e dallo sguardo attento di
Fabrizio Cattani, che mostra senza sbavature un mondo apparentemente lontano
dal nostro, dove l'acqua diviene quasi un elemento magico da trovare - e
proteggere - attraverso riti ancestrali. Non mancano tuttavia momenti
umoristici, esibiti con naturalezza, senza forzatura alcuna, che prendono
spunto dalla semplicità del luogo e dei suoi abitanti.
Il regista carrese, trova in un'idea di Zullino - attore poco conosciuto ma di
grandissimo talento e carisma - la materia prima per sviluppare la storia di un
"matto del paese" pieno di tenerezza e vulnerabilità. Intorno alla
figura di Felice tesse la trama del film che trova la forza nella sua
impeccabile sceneggiatura e nei personaggi (primari e secondari) descritti con
cura parsimoniosa. Sotto la luce del sole ardente di Matera e al di sopra del
suolo riarso della lucania i protagonisti de Il rabdomante sapranno
farsi amare travolgendo lo spettatore in un vortice di passione e commozione.
Da: ![]()
4/5 ![]()
Miglior aspetto del film
commovente
Peggior aspetto del film
n/a
Recensione
è un fim
che vede la realtà di un'Italia meridionale presa da piccoli mafiosi di
provincia, anch'essi prepotenti e molto pericolosi . E' un film che cresce
piano piano e ci si immedesima nei personaggi, una storia cruda e commovente.
Un fim da non perdere per l'ottima regia e la magnifica interpretazione degli
attori.
![]()
![]()
Indubitabile
partecipazione e sicurezza di polso registico (specialmente nella ricerca delle
immagine) e attori comunicativi e simpatici.
Tratto da: Articolo su ![]()
Il maestro, il mago, il rabdomante a Lecce il cinema del sud est
Silvana Silvestri
…
Un altro esempio di film realizzato contro ogni legge economica (in
compartecipazione) è Il Rabdomante di Fabrizio Cattani, immaginate una
atmosfera western a Matera, zona percorsa da tante troupe ma non in questa
direzione. Qui abbiamo la presenza sotterranea dell'acqua, nascosta fonte di
ricchezza trafugata da un potere criminale che tiene sotto controllo la terra e
immobilizzati i contadini con le armi (niente di inventato). Ma un personaggio
dotato di poteri (Pascal Zullino) può scoprire la vena più importante
dell'acqua che scorre sottoterra (c'era sempre qualcuno nei paesi da chiamare
quando si doveva scavare un pozzo) e, dono più forte, è in grado di salvare la
vita a una ragazza dell'est comprata dal boss.
Il racconto è posto in una posizione «vicino al cuore» come
il titolo del primo film del regista, spazia nel paesaggio, attraversa le
personalità dei personaggi lavorando su una tradizione rurale. Come nelle
guerre selvagge dei fili spinati che faceva scontrare proprietari e cowboys
solitari in difesa dei piccoli allevatori nei film western, qui entra sempre in
gioco l'eroe solitario contro il male con qualità originale di ripresa.
![]()
Girato benissimo dal regista Fabrizio Cattani, il film è un piccolo
capolavoro che racconta con leggerezza, ma non privo di intuizioni geniali, la
vita di un contadino che “sente l’acqua”. Ritmo scorrevole e numerose gag mai banali
sono i punti di forza di quest’opera che, purtroppo, non ha la distribuzione
che meriterebbe. Si è parlato tanto di crisi del cinema e, alcune volte, si è
vista una stretta connessione tra questa e la cosiddetta crisi dei valori che
attanaglia la nostra società. Sarebbe invece l’ora di affrontare un discorso
serio su come incoraggiare la creatività italiana con finanziamenti più
cospicui e accessibili. Che le idee non mancano è dimostrato da questo film. Il
consiglio è di vederlo; la difficoltà sta nel trovarlo. (recensione di Delio Colangelo )
![]()
CLOROFILLA FILM FESTIVAL CONSIGLIA
“IL RABDOMANTE” DI FABRIZIO CATTANI
Il film di Cattani ha vinto al Clorofilla film festival tre riconoscimenti
per miglior film, miglior attore Pascal Zullino ed il premio assegnato da
Johnny Palomba, l’autore delle recensioni in romanesco della casa editrice
Fandango. Clorofilla film festival consiglia il film di Cattani perché
tratta un tema scottante come quello dell’acqua nel Sud Italia con una storia
divertente e commovente al tempo stesso che vede protagonisti una giovane
ragazza dell’est in fuga da un mafioso ed un quarantenne bizzarro col dono
della rabdomanzia.
Il rabdomante: inno all'acqua
Una vera
commedia all’italiana di altri tempi.
Così può essere definito “Il
Rabdomante”, opera prima di Fabrizio Cattani, la cui professionalità
evidente proviene dal poliedrico mondo del teatro, attento alla qualità prima
d’ogni altro aspetto.
Il tema centrale affrontato in una pellicola che ha il pregio di variare
abilmente da commedia paesana a
sofisticata black comedy, con un tocco di giallo distribuito ad arte qua
e là, è l’acqua.
Acqua intesa, prima di tutto, in quanto
fonte di vita, come mostrano le prime, splendide, immagini che
accompagnano fluide i titoli di testa.
Si ride di gusto durante il film, anche grazie a caratteristi molto bravi come Massimo Sarchielli e Luciana De Falco, per citare solo due
dei tanti membri di un cast insolitamente ‘azzeccato’.
Questa è la sfida vinta da “Il Rabdomante”: una contaminazione di generi (commedia, giallo, tragedia, riflessione
ambientalista, tinte rosa, spunti documentaristici) e di stili che, unita al
tripudio di colori meridionali e alle indimenticabili musiche di Louis Siciliano, si amalgama al meglio
con una gamma di personaggi genuini, spontanei, verosimili.
Un film da
non perdere, non solo perché esemplare
raro del buon cinema italiano indipendente, ma anche per ricordarci
l’importanza di rimanere se stessi, di ascoltare e accogliere gli altri e,
certo, di non sprecare quell’inestimabile risorsa vitale che è l’acqua, di cui
troppo spesso finiamo per dimenticarci.
![]()
Premio DELLA GIURIA
La giuria composta da Mousa Alijani, Marco Di Castri, Marina Obradovic,
Emilia Patruno e Silvestro Serra, apprezzato l’alto valore della selezione
presentata ha deciso di conferire il premio della giuria al film:
IL
RABDOMANTE
Fabrizio
Cattani - Italia, 2006
con la seguente motivazione:
“La rilevanza e
l’attualità del tema trattato, la grande sensibilità narrativa, la qualità
dell’interpretazione e della regia e non ultimo l’interessante formula
produttiva applicata per la prima volta in Italia sono i fattori che hanno
determinato la nostra scelta.”
In questo quadro di
affascinante isolamento, Cattani inserisce le vicende del suo protagonista,
Felice: un personaggio che tanto ricorda, per poesia ed ingenuità, l’uomo
interpretato da Haber nell’ottimo La seconda notte di nozze. E qui come nel
film di Avati, la forza e l’intensità comico-drammatica sprigionata dall’attore
protagonista (in questo caso, un Pascal Zullino prestato dal teatro, che
speriamo di rivedere al più presto al cinema) sono forse l’elemento più
riuscito del film. Felice è il classico buono, dall’animo troppo puro e ingenuo
per campare bene a questo mondo: vive nelle campagne della Basilicata e si
guadagna da vivere come rabdomante, alla ricerca di quell’acqua che una regione
intera brama per sopravvivere e che le losche trame della mafia e della
politica locali vogliono relegare ad affare privato. Tutto viene sconvolto
quando nella fattoria e nella vita di Felice irrompe, in cerca di protezione,
Harja (Andrea
Klara Osvart), straniera in fuga, prossima a dare alla luce l’erede
del boss locale.
Posted by Luca Gianneramo
CINEBAZAR.it
Western lucano con attori azzeccati
Il rabdomante
Ottimo esordio di Fabrizio Cattani
di Roberto Leggio
Ci sono film che servono a tastare il polso al “nuovo” cinema italiano.
Quello lontano dai soliti film d’autore a tutti i costi, e soprattutto
distantissimo dai consueti schemi distributivi. Il Rabdomante del quasi
neofita Fabrizio Cattani, pur non essendo un capolavoro, è un prodotto
molto più riuscito di certe pellicole con un pedrigee blasonato. Non si tratta
di piaggeria, ma tant’è. In un paesaggio bruciato dal sole, una ragazza
dell’est in fuga dal malavitoso Cintanidd, boss della “mafia” pugliese del
business dell’acqua, trova rifugio nella masseria di un giovane schizofrenico
con il dono della rabdomanzia. Tra i due, solitari e distanti anni luce uno
dall’altra, nasce una sorta di sostegno reciproco. E questo sarà importante per
cambiare i loro destini, quando si troveranno a confrontarsi direttamente con
la violenza.
Girato come un western contemporaneo, nella campagna del Materano, il film
s’imposta subito come un prodotto artigianale ma di qualità. Il merito è
essenzialmente degli attori, tutti particolarmente in parte, ma anche per la
messa in scena, sempre in bilico tra commedia nera e dramma. Cattani ad
esempio, sa coglie in maniera esaustiva il dramma del sud rurale, strangolato
dalla prepotenza a dalla soprafazione dell’uomo sull’uomo e sulla natura, ma
anche capace di slanci di generosità e di altruismo. Il risultato è una sorta
thriller che sfocia nella fiaba (la scena finale, trasposta vent’anni più
avanti ne da una spiegazione anche troppo evidente), dove l’eroe solitario alla
fine si ritrova rinato e conscio di aver agito per il bene il di tutti. Ideato
e scritto stesso protagonista Pascal Zulillo, con l’aiuto del regista e
da Chiara Laudani, Il Rabdomante fa parte di quei film del
cosiddetto rivoluzionario sistema di compartecipazione tra tutti i
partecipanti, che diventano automaticamente proprietari di una quota dei
diritti del film. Una maniera (esemplare) per eliminare la figura del
produttore (inteso come unico possessore dell’opera), ma anche per dare,
soprattutto nel nostro paese, respiro al cinema a basso costo, che sempre di
più è capace di dare voce ai filmaker, liberi a questo punto di operare senza
vincoli e restrizioni.
giudizio: * * *
www.filmfilm.it
Il Rabdomante
(Il Rabdomante)
Voto medio: 7,00![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
Per il suo debutto dietro la camera da presa,
Fabrizio Cattani sceglie una storia complessa che porta la riflessione su più
di un argomento. Fil rouge della vicenda è la violenza del potere del
forte sul debole al quale si intreccia con armonia e senza la ridondanza del
convenzionale, la storia di una donna che fugge e di un uomo che prova ad
aiutare i propri compaesani pur rifugiandosi e nel silenzio della propria
solitudine e schizofrenia.
E’ una storia d’amicizia in cui l’amore fraterno tra Harja e Felice nasce per
istinto tra i due protagonisti e li sostiene in una guerra in cui si ritrovano
a dover combattere alacremente per salvarsi e allo stesso tempo per modificare
radicalmente la propria vita. Una lotta per la vita che assume ancor più
significato grazie alla ricerca da rabdomante di Felice, che conosce
l’indispensabilità dell’acqua per la terra come per l’uomo: una ricerca che ha
del simbolo e che attraversa diagonalmente tutto il film illuminandolo d’un
bagliore inatteso di speranza pur nella crudezza della violenza di cui parla.
La scrittura semplice ed essenziale della sceneggiatura viaggia sui binari dell’ironia:
a tratti persino comici, i personaggi alleggeriscono spesso le implicazioni
drammatiche di un racconto che vuole anche essere denuncia. Ai due protagonisti
che portano nei nomi la propria intima aspirazione, se ne unisce un terzo,
quello di Matera e dei suoi dintorni, luoghi pietrosi e aridi il cui fascino e
bellezza indiscussi, sembrano voler aggiungere profondità drammatica alla
storia
Si tratta comunque di una cronaca sociale e politica amara e spietata, in cui
Cattani non rinunciando alla caricaturalità dei suoi personaggi, riesce sempre
a mantenere alta l’attenzione e la tensione passando repentinamente dalla
malinconica al sorriso, dalla sciagura alla compensazione.
(Valeria Chiari)

Il rabdomante
(Italia 2007)
Fabrizio
Cattani al suo secondo lungometraggio (il primo Quelle piccole cose è
ancora in attesa di distribuzione) dimostra di avere realizzato un film
interessante almeno in due direzioni. Da una parte recupera la leggerezza
narrativa tipica della commedia all’italiana; dall’altra nasconde tematiche
serissime sotto la vena comica delle scenette, dei dialetti e del candido viso
di Felice (Pascal Zullino). Al di là delle toccanti vicende narrate dal
film, bisogna sottolineare che Il rabdomante è stato realizzato con una
formula innovativa che elimina la figura del produttore unico. The Coproducers,
così si chiama, è un sistema di produzione che “realizza prodotti audiovisivi
in co-produzione congiunta di tutti i partecipanti, i quali diventeranno, in
cambio del loro contributo produttivo (finanziario, lavorativo o artistico),
proprietari di una quota dei diritti di sfruttamento economico del film”. “The
Coproducers permette la realizzazione di film di elevata qualità tecnico
artistica con un bassissimo margine di rischio finanziario. Un doppio applauso
per questo film che, oltre a essere ben diretto, ricorda allo spettatore i suoi
doveri verso il mondo che lo ospita e lo nutre.
Emiliano Diamanti, 30/08/2007
Da: 
di Davide Morello
Da un'idea di Pascal
Zullino, interprete del film, nasce il secondo lungometraggio di Fabrizio
Cattani, finanziato con basso budget tramite un sistema di co-produzione fra i
partecipanti, girato in cinque settimane e presentato in prima nazionale a
Torino. Il film esplora attuali problematiche sociali e ambientali in una
commedia che, nella sua struttura lineare e nella sua semplicità, rivela
un'attenta elaborazione del soggetto, una sensibilità nel cogliere le relazioni
e le dinamiche affettive, senza sottrarsi peraltro ad una certa riflessione
sulle forme narrative. Il gangster film, il mondo magico della fiaba, il dramma
esistenziale di due personaggi opposti ma complementari, l'indagine all'interno
del contesto sociale, l'ironia, si coniugano in una storia che vede le terre
fra Puglia e Basilicata - e Matera in particolare - come il luogo di uno
scontro tra la cultura tradizionale, genuina, e il mercato, i giochi di potere
della malavita, che sfrutta la carenza idrica locale per arricchirsi.
Vettore narrativo di
congiunzione fra le due realtà è Harja, una giovane donna proveniente
dall'Europa dell'est finita in mano al boss Ninì, che l'ha violentata e di cui
è prigioniera. Il prologo del film narra la sua fuga dai due fratelli al
servizio dell'uomo, di cui uno è sordomuto: fatto che inevitabilmente dà luogo
ad una serie di gag fondate sulla mimica e sulla tipicità dei caratteri, che si
presentano con la loro cadenza ritmica all'interno del racconto. La fuga di
Harja si conclude nel fienile di Felice, uomo legato alle tradizioni e alla
natura, isolato ed escluso dalla società, che possiede il potere della
rabdomanzia. La donna, incinta dell'uomo da cui è scappata, si nasconde vivendo
a casa del rabdomante ed entrambi sono ricercati dai due fratelli e da un altro
scagnozzo mandato da Ninì che si occupa di censire, requisire ed eventualmente
sabotare i pochi pozzi delle aride campagne.
I ruoli e i campi
semantici messi in gioco sono ormai delineati e destinati a confrontarsi: la
natura, la tradizione, l'umiltà, il sentimento, la fuga, contro la cattura, il
potere, l'egoismo, la corruzione, le minacce. L'ambientazione reale dei
paesaggi e degli interni ben testimonia il rapporto drammatico e di empatia con
i personaggi, anche se non si evidenzia una scrupolosa ricerca compositiva
dell'immagine, nella quale l'autore sembra aver cercato più la funzionalità che
l'aspetto poetico. Particolare rilevanza assumono, invece, le scene in cui
Cattani coglie i moti interiori dei protagonisti, quando esprime, in alcuni dei
punti più intensi della narrazione, la loro stessa soggettività. Come da
hitchcockiana memoria, Felice vive con una madre che è sempre nella sua stanza
a lavorare a maglia, e che è proiezione della sua mente. Solo in presenza di
Harja, quando i loro rapporti affettivi raggiungono il culmine, la realtà si rende
oggettiva. La donna entra nella stanza da cui è sempre stata tenuta lontana, e
lo spettatore, con occhi diversi, nota la camera vuota: l'uomo piange, lei
scorge il cibo in decomposizione e sviene rischiando di perdere la figlia in
grembo. Il dramma della ragazza, infatti, è quello di non volere un figlio dal
boss che ha abusato di lei. La sua disperazione è ben rappresentata in un
coppia di inquadrature, quando, sola, si dirige sull'orlo di un precipizio e le
estreme angolazioni, dal basso verso l'alto e viceversa, la ritraggono in
lacrime. Ancora: il ritrovamento dell'acqua da parte del protagonista è dato
attraverso una dilatazione temporale del suo gesto rituale, quasi ad
amplificare il carattere soprannaturale e magico della sua missione; la macchina
da presa isola il personaggio nel campo arido compiendo una circonvoluzione
sempre più veloce e un effetto grafico crea un vortice di acqua che lo avvolge.
Ma i due anziani, poco distante, esprimono il loro punto di vista dubbio.
L'immagine di apertura, del resto è, come dichiara il regista, la
"soggettiva del feto": il battito cardiaco, un' ecografia, l'acqua,
l'elemento vitale. Il tempo della storia e il tempo del racconto sono ben
articolati in frammenti di memoria, flashback che colmano le potenziali lacune,
visioni soggettive e slanci nel futuro che rivelano i destini dei personaggi
nell'epilogo. Nella risoluzione dell'intreccio, quando inseguitori e inseguiti
si trovano faccia a faccia, la scena presenta una costruzione elaborata sulla
suspense che non esclude eventuali effetti di sorpresa.
Il messaggio
esplicito, dall'indubbio valore di denuncia, è espresso con originalità, senza
retorica, nella fluidità di una narrazione coinvolgente che lascia spazio alla
ricerca espressiva del regista, capace di raggiungere il pubblico tramite
l'impiego corale dei vari elementi messi in gioco.
Intervista a Fabrizio
su ![]()
Fabrizio Cattani: l’arte della rabdomanzia
di Davide Morello

Qual è la condizione produttiva nella quale hai potuto
realizzare il film?
La condizione, dettata dall'impossibilità di poter realizzare il film in
altro modo, vista la ormai nota indifferenza delle maggiori produzioni
cinematografiche italiane verso i giovani autori, è stata quella di
autoprodurci il film da soli. "The co-producers" infatti è una sorta
di consorzio di imprese formate nel nostro caso da giovani professionisti del
cinema che si sono associati percependo in cambio del loro contributo
professionale una quota dei diritti di sfruttamento economico del film.
Durante la presentazione hai accennato al binomio
produttore/imprenditore alludendo ad una eventuale carenza, o limite, nel
sistema del cinema in Italia: hai qualche osservazione da fare in proposito?
Lontani i tempi dei veri produttori di cinema, faccio qualche nome: Lombardo,
De Laurentiis, Mario Cecchi Gori, Cristaldi, persone che amavano davvero il
cinema e che ci rimettevano di tasca propria quando uno dei loro film andava
male. Oggi, moltissimi produttori sono dei meri commercianti, spesso degli
agenti che prendono i soldi da televisioni, ministeri o distribuzioni, vendendo
cioè il film alle distribuzioni prima di realizzarli, per poi reinvestirli sul
film che producono, senza rischi, tranquilli di non rimetterci nulla, spesso
speculandoci. A questo mi riferisco quando li definisco
"imprenditori", nel senso che non sono mossi da una vera passione, ma
dalla possibilità che gli è data di accedere facilmente a grossi finanziamenti.
Da questo ne deriva un'incapacità di fondo di saper scegliere, storie, autori,
attori. Se oggi un film come "Notte prima degli esami" incassa
tantissimo, ecco che molti di loro sono subito a chiederti una storia d'amore
adolescenziale, se oggi, un attore per altro molto bravo, come Scamarcio,
attira miriadi di ragazzine e ragazzi ecco che loro pretendono lui o chi va per
la maggiore sul mercato. Dico questo anche perché nel mio film il protagonista
è un certo Pascal Zullino, un quasi nessuno per adesso, ma che è un attore
straordinario, che nelle presentazioni del film, ha fatto ridere e commuovere
tutti, difficile pensare ad un altro attore per sostituirlo ne "Il
Rabdomante", loro mi avrebbero imposto qualcuno più conosciuto, ma
sicuramente meno bravo di Pascal.
Un'altra opposizione di termini l'hai impiegata parlando di
cinema commerciale e cinema d'autore: quanto quest'antinomia ha condizionato la
realizzazione de "Il Rabdomante"?
Io volevo assolutamente fare un film per il pubblico. Non mi interessava
partecipare a Festival, piccoli, medi o grandi, da sempre ho pensato al film
come a un progetto per il pubblico, per la massa. I temi centrali del film, la
tenerezza dei protagonisti, la drammaticità della storia portavano il film
fuori dagli schemi commerciali dove si deve per forza e solo ridere o rendere
lo spettatore "spensierato" per la durata della storia. "Il
Rabdomante" credo che sia accessibile a tutti, penso che possa piacere sia
ai cinefili più esigenti che al pubblico medio che vuole e ama di più un cinema
leggero e di svago. Penso che questo film stia nel mezzo, non vuole essere né
un cinema d'autore né tanto meno commerciale, una via di mezzo, che possa
comunque emozionare.
Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato girando in
ambienti reali in un tempo limitato?
È proprio il tempo, il maggior nemico. Avevo una media di 7-8 inquadrature a
scena, per ogni inquadratura sapevo di non poter girare più di 3 ciak perché la
pellicola era poca, a volte ne giravo sei per un'inquadratura sapendo che poi
avrei dovuto girarne solo uno per quella successiva. Per questo facevo prima
diverse prove con gli attori, per averli già preparatissimi quando si sarebbe
dovuto girare, inoltre ogni inquadratura andava illuminata bene. Carini,
bravissimo direttore della fotografia, aveva tutta la mia fiducia e sapevo che
avrebbe fatto un ottimo lavoro, così gli concedevo abbastanza tempo per
impostare le luci. Insomma le lancette ogni giorno correvano e io non sai
quante volte avrei voluto fermarle.
Il soggetto del film affronta problematiche ambientali, sociali
ed individuali attraverso l'ironia della commedia e l'atmosfera magica della
fiaba. Puoi illustrarci il percorso della sua ideazione ed elaborazione?
Il fulcro era Felice. Felice è un disadattato, un sorta di scemo del
villaggio per gli abitanti, in realtà un uomo, come dice la figlia di Harja,
che ha un grande dono: di ascoltare l'acqua e l'animo della gente. Da lui siamo
partiti per arrivare al suo mondo circostante, il problema dei contadini di
avere l'acqua per le piante, per gli animali che altrimenti sarebbero morti. E
poi Harja, che non a caso si chiama così, una ragazza dell'est usata, stuprata
da un malavitoso e che trova in Felice una possibilità di riscatto, una nuova
vita. Con lei abbiamo toccato il tema, molto attuale, dello sfruttamento di
queste ragazze che con false illusioni vengono fatte arrivare in Italia per poi
essere usate nel commercio della prostituzione, e il tema dell'aborto. La
genuinità e la tenerezza di Felice hanno fatto il resto. Ci sono momenti
esilaranti in alcuni dialoghi tra loro due, e questo proprio grazie al modo di
essere di Felice.
Quale importanza dai e quanto tempo dedichi al lavoro con gli
attori?
È fondamentale. Ci lavoriamo già molto prima di partire per il set e poi
proviamo e riproviamo prima di girare. Ho la fortuna di avere iniziato come
attore e mi è servita moltissimo quella esperienza per poter ricevere dai miei
attori ciò che voglio. In Italia ci sono pochissimi registi che fanno un lavoro
sugli attori, che sappiano dirigerli. Ecco, io consiglierei a chi si sta
affacciando a questo mondo, e vorrebbe fare il regista, di iscriversi prima di
tutto ad un ottimo corso di recitazione.
Nel tuo film bene esprimi la soggettività dei protagonisti, in
modo più diretto di Felice: ci puoi parlare dell'inquadratura iniziale che tu
stesso hai definito "soggettiva del feto"?
È la mia ossessione. La testardaggine di riuscire a immaginare la primissima
inquadratura del film come il contenitore di tutta la storia. Immagino lo
spettatore che entra in una sala che poi diventa buia e viene assorbito,
condotto, in una storia da un momento all'altro. Quella prima immagine che lo
invade vorrei che contenesse tutto il senso del film. In questo caso è l'acqua
come vita. La vita che nasce nell'acqua e che continua nell'acqua, senza di
essa non ci saremmo o moriremmo, siamo fatti prevalentemente di acqua e ci
serviamo di lei per vivere. Ecco perché nel film la prima inquadratura è quella
di un feto che all'interno della placenta della madre inizia il suo percorso.
Nell'esprimere questa soggettività penso che la figura della
madre di Felice sia una bella trovata: intensa per quanto riguarda le dinamiche
affettive dei protagonisti e loro punto d'incontro. Ci puoi parlare di questo
personaggio?
Felice soffre di schizofrenia, ha delle allucinazioni legate a figure
importanti del suo passato, quelle che ha amato di più, in questo caso, nella
prima parte del film, alla madre. Molti vi hanno trovato un omaggio a
Hitchcock, e questo mi ha fatto molto piacere. Quando Harja scopre che non
esiste, ne rimane sconvolta e forse quello mina la fiducia che lei aveva
riposto in lui, ma poi quello che succede dopo la riporterà a fidarsi di ciò
che aveva sempre avvertito.
La risoluzione dell'intreccio e l'epilogo lasciano un velo di
amarezza, un senso di malinconia e solitudine che tendono a ribaltare i toni
dominanti della fiaba e della commedia. Puoi accennare alla tua visione in
proposito?
Mi sarebbe piaciuto passare improvvisamente da momenti divertenti o di
commedia a momenti drammatici, e nel film succede spesso. Ti faccio due esempi
su tutti. La scena del quiz televisivo, molto divertente, con la scena
successiva drammatica della scoperta della madre, o il regolamento di conti,
molto drammatico, con l'uscita dal fienile del sordomuto con in mano la tanto
sospirata coppa dell'olio che spezza la drammaticità. Il finale io lo speravo e
volevo poetico, spero di esser riuscito a trasmettere questo allo spettatore.